Il 6 maggio 2026, a quarant'anni esatti dall'assassinio, la nostra scuola ricorda l'avvocato Nino D'Uva — penalista messinese, uomo di cultura e di coraggio, ucciso dalla mafia il 6 maggio 1986.
Dalla consapevolezza del tempo complesso in cui viviamo, in cui il futuro può sembrare incerto e a tratti minaccioso, soprattutto per le bambine e i bambini, per le ragazze e i ragazzi, è nata l'esigenza di rimettere al centro del lavoro con le scuole il senso civico e i legami sociali, ripensando la scuola non solo come luogo di apprendimento, ma come un vero bene comune, uno spazio vivo e condiviso.
La scuola, infatti, può essere ed è, spesso, molto più di un edificio o di un'istituzione: è un presidio fondamentale per il territorio, soprattutto in quei contesti in cui la presenza della criminalità organizzata rischia di influenzare il modo di pensare, i comportamenti e le opportunità di vita. In questi luoghi, il ruolo della scuola diventa ancora più importante, perché può aprire possibilità, generare consapevolezza, offrire alternative.
È con questo sguardo che abbiamo costruito, insieme alle docenti dell'IC Paino Gravitelli, un percorso di riflessione e sperimentazione sulle cosiddette «pedagogie mafiose». Un'espressione che può sembrare forte, ma che ci aiuta a riconoscere quanto certi modelli culturali, certi atteggiamenti e sistemi di valori possano radicarsi nella quotidianità, spesso in modo silenzioso, influenzando tanto i più e le più giovani quanto gli adulti.
Il laboratorio è stato, prima di tutto, uno spazio di confronto. Ci siamo interrogati su cosa significhi educare alla pace e al bene comune e su come le mafie riescano, anche senza farsi vedere, a incidere sull'immaginario e sulle scelte delle persone. Da qui siamo passati a sperimentare insieme il metodo della narrazione civile, lavorando a partire dalla storia di una vittima innocente delle mafie del nostro territorio, quella dell'Avvocato Nino D'Uva. Raccontare, leggere e approfondire questa storia non è stato solo un esercizio didattico, ma un modo per entrare in relazione con la memoria, per trasformarla in conoscenza viva e in responsabilità.
Le docenti hanno poi portato questo metodo nelle loro classi, adattandolo e adeguandolo ai bisogni e alla sensibilità dei ragazzi e delle ragazze. È stato un passaggio importante: il laboratorio si è aperto, è diventato esperienza condivisa, si è intrecciato con le voci e gli sguardi di studenti e studentesse.
Tutto questo è nato dalla volontà di costruire insieme un percorso significativo che ci accompagnasse in modo consapevole a questo 40° anniversario dell'assassinio dell'avvocato Nino D'Uva, attraverso la conoscenza della nostra città, del contesto storico, di come si viveva quegli anni.
Il sito nasce proprio da questo percorso. È il risultato di un lavoro collettivo, fatto di parole, pensieri e narrazioni che provano a guardare la realtà con occhi più consapevoli, immaginando, passo dopo passo, un futuro diverso.
— Tiziana Tracuzzi e Salvatore Rizzo
Presidio di Messina "Nino e Ida Agostino" · Libera contro le mafie
«Sono pagine che non chiedono solo di essere lette […] ma di essere vissute. Portatele dunque con voi, apritele a caso e lasciate che quelle vite vi scavino dentro, vi diano forza e motivazione, vi riconducano all'impegno più determinati e consapevoli»
— don Luigi Ciotti
«Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere»
— José Saramago
Una breve introduzione alla figura dell'avvocato Nino D'Uva, alla Costituzione e agli articoli che ne hanno guidato la storia: l'uguaglianza, il diritto alla difesa, il giusto processo.
Nato a Livorno il 1° gennaio 1925 da genitori siciliani, si trasferì a Messina all'età di dieci anni. Si laureò in Giurisprudenza a soli 21 anni con il massimo dei voti e la lode.
Divenne uno dei penalisti più stimati della città dello Stretto: rigore professionale, preparazione riconosciuta da tutti, e una vita intrecciata con le arti — la pittura, il teatro, la musica, la letteratura. Era membro del Consiglio direttivo della Filarmonica Laudamo di Messina.
Fu riconosciuto vittima di mafia dalla Regione Siciliana e inserito nell'elenco di Libera. A lui sono intitolate una strada nel quartiere Santo Bordonaro e l'aula degli avvocati nel Tribunale di Sorveglianza di Messina.
«L'esempio virtuoso di un uomo probo è intollerabile per la mafia.»
— Michele Prestipino, magistratoNell'immaginario comune Messina veniva chiamata "provincia babba" — come se la mafia non esistesse tra le due sponde dello Stretto. Era una bugia. A metà degli anni Ottanta la città era dominata da clan potenti, alleati con la camorra e la 'ndrangheta.
Il 14 aprile 1986 si aprì nell'aula bunker del carcere di Gazzi il primo maxiprocesso alla mafia messinese: 283 imputati, appartenenti ai clan Costa, Cariolo, Ingemi e Milone. Un processo esplosivo, in un clima di urla, minacce e intimidazioni sistematiche.
Nino D'Uva difendeva 13 imputati. Era il simbolo di quella toga che poteva fare la differenza. I boss lo giudicavano però "troppo morbido" — volevano avvocati che facessero da scudo, non professionisti indipendenti.
«La sentenza di morte fu scritta con una scarpa: dalle gabbie del maxiprocesso il boss Gaetano Costa la lanciò verso gli avvocati, colpendo D'Uva. Era il segnale che il killer, mimetizzato tra il pubblico, attendeva.»
Ricostruzione dai verbali e dalla cronaca giudiziariaPochi giorni dopo, il 6 maggio 1986 alle ore 19, qualcuno bussò alla porta dello studio al terzo piano di Palazzo D'Alcontres, in via San Giacomo. Nino D'Uva aprì. Era solo. Stava per fare una telefonata. Non fece in tempo.
«La legge è il solo baluardo contro ogni forma di prepotenza.»
— Nino D'Uva
Swipe a sinistra
Una rilettura pop del volto di Nino D'Uva: i colori squillanti, le nuvolette dei fumetti, le parole che diventano immagini. La legalità detta dai ragazzi — con la voce e con i segni che sono loro.
Il 1986 era l'anno in cui l'Italia cantava, ballava, sognava davanti alla televisione. Nino D'Uva — che amava profondamente la musica — viveva immerso in quest'epoca. Leggere i testi di quelle canzoni ci aiuta a capire il contrasto stridente tra la leggerezza delle classifiche e la durezza di ciò che accadeva nelle aule dei maxiprocessi.
Vinse Sanremo 1986. Un giovane Ramazzotti — 22 anni — incarnava il sogno di una generazione che cercava normalità.
Una delle canzoni italiane più belle di sempre. Racconta di un uomo che non si arrende, che ama la vita fino all'ultimo respiro.
L'inno della generazione degli anni '80. L'inno di una generazione che voleva vivere senza compromessi — un desiderio di autenticità che attraversò tutti gli strati della società italiana.
La voce più graffiante degli anni '80 italiani. Versi che raccontano l'inquietudine di una generazione che cercava la propria strada senza scuse e senza rimpianti.
Battiato, nato a Riposto in provincia di Catania, era la voce intellettuale della Sicilia. Questo brano — diventato il simbolo di un'epoca — parla del bisogno di mantenere saldi i propri principi in un mondo che cambia troppo in fretta.
Il singolo più venduto del 1986. Madonna cantava di una ragazza che sceglie di non piegarsi alle aspettative degli altri — un tema che attraversa ogni epoca.
Scritta a Berlino Ovest con il Muro alle spalle, Heroes divenne nel corso degli anni '80 un inno universale alla resistenza e alla dignità umana. «Possiamo essere eroi, anche solo per un giorno» — una delle frasi più potenti di quel decennio.
Un inno all'educazione e alla dignità umana. «Insegnate loro bene» — tre parole semplici che parlano del valore della scuola e della trasmissione culturale tra generazioni.
Vinse l'Oscar come miglior canzone originale nel 1986. Una ballata dolcissima che dominò le classifiche mondiali — la colonna sonora romantica di un anno segnato da grandi contrasti.
«Non dimenticarti di me» — uno dei brani più iconici degli anni '80, eternato dalla colonna sonora di Breakfast Club. Un appello universale alla memoria.
Un fenomeno dell'Italo disco che conquistò le classifiche europee. La musica da discoteca era onnipresente nell'Italia degli anni '80: un Paese che ballava frenetico, sospeso tra leggerezza e desiderio di evasione.
Negli anni in cui la mafia stringeva la sua morsa sull'isola, la Sicilia produceva alcune delle voci letterarie più potenti del Novecento italiano. Scrittori e poeti siciliani interrogavano la coscienza del Paese: la memoria, il potere, il silenzio, la bellezza perduta. Leggere le loro opere oggi è anche un modo per capire il mondo culturale di un'epoca complessa e contraddittoria.
Scrittore tardivo e raffinatissimo, Bufalino esordì nel 1981 con Diceria dell'untore, vincendo il Premio Campiello. Nei suoi romanzi Sicilia e morte si intrecciano in una prosa barocca e musicale, densa di memorie e malinconia. Negli anni '80 pubblicò anche Museo d'ombre (1982) e Cere perse (1985): voce unica nel panorama letterario italiano.
Il più lucido analista del potere mafioso. Negli anni '80 pubblicò Porte aperte (1987), ambientato in un'aula di tribunale palermitana degli anni Trenta: un giudice si oppone alla pena di morte con stoica integrità. Sciascia non si limitava a raccontare: denunciava, scomodo a tutti.
Negli anni '80 Camilleri era ancora lontano dalla fama del commissario Montalbano, ma stava costruendo le fondamenta della sua voce narrativa. Pubblicò Il corso delle cose (1978, ripubblicato 1980) e Un filo di fumo (1980), primi mattoni di quel mondo fatto di lingua siciliana mescolata all'italiano che avrebbe poi conquistato milioni di lettori.
Consolo portò in letteratura la Sicilia come luogo di memoria e dolore storico. Il suo Il sorriso dell'ignoto marinaio (1976) fu rilanciato nei primi anni '80 come manifesto della narrativa siciliana impegnata. Retablo (1987) confermò la sua voce inconfondibile: una prosa alta, arcaizzante, che usava la bellezza della lingua come atto di resistenza contro ogni sopraffazione.
Medico e scrittore, Bonaviri costruì una Sicilia mitica e onirica, lontanissima dal realismo sociale eppure profondamente radicata nel paesaggio dell'isola. Negli anni '80 continuò a pubblicare romanzi e poesie di straordinaria qualità, apprezzati dalla critica europea. Una voce appartata e preziosa, spesso trascurata dai grandi circuiti editoriali.
Addamo fu uno dei narratori siciliani più apprezzati della sua generazione, capace di coniugare rigore intellettuale e invenzione narrativa. I suoi romanzi esplorano l'identità siciliana attraverso personaggi in bilico tra memoria e presente, tra radicamento e desiderio di fuga. La sua opera, pubblicata tra gli anni '70 e '90, resta un riferimento per chi voglia capire la Sicilia letteraria del Novecento.
Il più grande poeta in lingua siciliana del Novecento. Buttitta usò il dialetto come atto politico e identitario: la lingua dei poveri, dei contadini, di chi non ha voce. Negli anni '80, ormai ultra-ottantenne, era ancora una presenza viva e combattiva nella cultura siciliana. La sua poesia fu messa in musica da Fausto Amodei e diffusa in tutta Italia.
Figlia di un etnologo siciliano e scrittrice tra le più impegnate d'Italia, Maraini portò nella narrativa degli anni '80 il punto di vista femminile sulla Sicilia. La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, ma elaborato nel decennio precedente) racconta di una nobildonna siciliana del Settecento che trova nella scrittura la sua unica libertà — metafora potente per ogni forma di resistenza silenziosa.
Filosofo e storico del pensiero, Adorno portò la Sicilia — e Palermo in particolare — nel cuore degli studi classici italiani. La sua opera monumentale sulla storia della filosofia antica fu un riferimento per generazioni di studenti. Negli anni '80 era uno degli intellettuali siciliani più autorevoli, capace di coniugare rigore scientifico e impegno civile.
Eco non è siciliano d'origine, ma la sua influenza sulla cultura italiana degli anni '80 fu straordinaria e inevitabile. Il nome della rosa (1980) divenne il romanzo più letto del decennio, traducendo in forma narrativa le sue teorie semiotiche sull'interpretazione e la verità — un libro che, anche oggi, fa riflettere sul rapporto tra potere, segni e menzogna.
Negli anni Ottanta a Messina si cantava, si leggeva, si lottava.
La cultura era già una scelta di campo.
— Voci di un'epoca
Il 1986 non fu solo l'anno del maxiprocesso di Messina. Fu un anno che segnò la storia dell'umanità su più fronti. Ecco cosa accadeva nel mondo mentre Nino D'Uva difendeva i suoi clienti — e pagava con la vita il prezzo della propria integrità.
A 73 secondi dal lancio, lo shuttle Challenger esplose sopra l'Oceano Atlantico. Morirono i 7 astronauti a bordo, tra cui Christa McAuliffe, la prima insegnante nello spazio. Fu il primo grande trauma collettivo dell'era televisiva.
Il reattore n. 4 della centrale nucleare sovietica esplose. Fu la più grave catastrofe nucleare della storia. La nube radioattiva attraversò tutta l'Europa. L'URSS tentò di nascondere l'accaduto per giorni.
L'Argentina di Maradona vinse il Mondiale battendo in finale la Germania Ovest 3-2. Il 22 giugno, nei quarti contro l'Inghilterra, Maradona segnò la «Mano de Dios» e il «Gol del secolo». L'Italia uscì agli ottavi contro la Francia di Platini.
Il vertice di Reykjavik tra Reagan e Gorbaciov — il primo incontro che avrebbe portato, tre anni dopo, alla caduta del Muro di Berlino. La glasnost sovietica iniziava a incrinare il sistema.
MTV era ormai il medium dominante per i giovani. «Sledgehammer» di Peter Gabriel vinse 9 MTV Awards. Era il mondo che scorreva sugli schermi mentre nelle aule bunker d'Italia si combatteva la guerra alla mafia.
Gli Stati Uniti bombardarono la Libia di Gheddafi. La tensione internazionale era altissima. Il terrorismo era una delle grandi paure di quegli anni, insieme alla minaccia nucleare e alla criminalità organizzata.
A Palermo era in corso il più grande processo alla mafia: 475 imputati, 19 ergastoli richiesti. I due maxiprocessi — Palermo e Messina — andavano avanti in parallelo. Falcone e Borsellino erano già nel mirino di Cosa Nostra.
Tra fine aprile e inizio maggio la nube radioattiva raggiunse il Nord Italia. L'Italia era in preda a un panico diffuso — mentre a Messina, in silenzio, si consumava l'assassinio di un avvocato.
Il Festival di Sanremo fu vinto da Eros Ramazzotti con «Adesso tu». Era l'Italia della leggerezza televisiva, del boom dei paninari. Un Paese che voleva dimenticare gli anni di piombo.
Gli anni '80 erano l'era del benessere ritrovato: Moncler, Ray-Ban, motorini. Era un'Italia che credeva nel futuro — mentre al Sud, in silenzio, la mafia continuava a costruire il proprio.
Le immagini raccolte raccontano la Messina degli anni Ottanta: i luoghi che D'Uva attraversava ogni giorno, i volti, le strade, le tracce di una stagione che ha segnato la nostra storia.
Swipe a sinistra
«L'esempio virtuoso di un uomo probo è intollerabile per la mafia.»
— Michele Prestipino, magistrato
Fui la sua prima confidente, ogni mattina, ben prima che i suoi assistiti iniziassero a bussare alla porta del suo studio. Riconoscevo il suono dei suoi passi; il modo in cui afferrava la maniglia della porta e quel suo saluto, rituale e consueto: «Eccomi, oggi avremo tanto da lavorare».
In quegli anni, io e lui siamo stati un unico corpo. Custodisco ancora il ricordo del momento in cui mi scelse: fu l'attimo in cui le nostre storie smisero di essere separate, consapevole che da lì a poco, avrei occupato un posto solenne.
Mi sistemò dietro la sua enorme scrivania, in un luogo che sapeva di intimo e allo stesso tempo formale.
Mi bastò un attimo per comprendere che non sarei stata la compagna di un lavoro ordinario: in quel mio abbraccio di cuoio e legno, lui avrebbe dispiegato la potenza della sua mente. Il luogo in cui ogni sua idea avrebbe trovato il peso e la sostanza per cambiare le cose.
Sono rimasta fedele, immobile, lì per anni, immersa nell'aroma dei libri e delle carte; un odore che mi è entrato dentro fino a diventare la mia stessa essenza.
Come ogni mattina poggiava la borsa di cuoio sulla scrivania e si lasciava cadere su di me. Io rispondevo con un crepitio, un saluto che conoscevamo solo noi. Si accendeva una sigaretta. Il fumo sopra di noi equivaleva ad una nuvola di pensieri pesanti.
Nino non leggeva soltanto; lui combatteva con le carte. Mi faceva andare avanti indietro in armonia con il ritmo dei suoi pensieri; cercava codici, annotava sentenze. Vi erano giorni in cui i silenzi diventavano assordanti. Restavamo immobili, fissando la finestra. Io sentivo il suo cuore battere più forte contro di me.
Cominciavo a capire che stavo diventando la custode della maggior parte dei suoi segreti e delle sue riflessioni giuridiche. I suoi pensieri, quelli intimi, non me li aveva mai nascosti.
Con lui ho imparato la differenza tra un'opera e un'operetta. Ho imparato ad amare le più grandi arie della lirica e capire, attraverso il suo umore, se quella che stava per terminare sarebbe stata una giornata da musica da camera o no.
Sentivo, attraverso il trascorrere dei mesi, che in quello studio, stava prendendo forma qualcosa di straordinario. Eppure, venivo spesso colta da un'inquietudine sottile, un'ansia che mi faceva vacillare le robuste ruote; era il presagio che quella roccaforte di bellezza e giustizia che lui stava edificando, prima o poi, si sarebbe dovuta scontrare con qualcosa di terribile.
Ogni giorno mi facevo carico del suo peso, non solo quello fisico. Erano i suoi pensieri a gravare su di me con una forza smisurata; me ne appropriavo, lasciando che affondassero nelle imbottiture del mio schienale fino a rendermi immobile in quella posizione per ore e ore. La sua era la mente di un uomo che non conosceva tregua: era un moto perpetuo di preoccupazioni e doveri, un groviglio di scadenze e responsabilità che io, silenziosamente, sostenevo insieme a lui.
Preoccupazioni che sparivano improvvisamente alla vista di Giuseppina, Gennaro e Mariuccia. Nino in quelle occasioni faceva assumere al mio schienale altre forme. Ma ciò che percepivo cambiare rapidamente erano le sue emozioni. Era come se non sorreggessi più nessun tipo di peso, fisico e non. Mi sentivo agile, quasi come se su di me poggiasse una piuma.
«Un uomo che ferma il tempo dinanzi agli affetti veri, è un uomo che può e deve cambiare la storia», pensavo tra me e me.
Ed era con la sua famiglia che lo sentivo riappropriarsi di quella gioia di vivere e di quella felicità appagante. Era un uomo, un padre e un marito che della giustizia ne aveva fatto un principio di vita, un uomo che profumava di cultura. Era capace di trasmettere con dolcezza e devozione ogni sapere ai suoi cari. Era l'affetto profondo di un padre intriso di senso di giustizia, cultura e tenerezza.
C'erano giorni in cui l'entusiasmo per le indagini e per i progetti che stavano prendendo vita — quel disegno destinato a cambiare il volto di Messina — diventava una morsa troppo stretta. Si fermava; capivo che stava per arrivare quel momento. Si sfilava gli occhiali con un gesto rituale e li lasciava cadere sulla scrivania. Quel suono secco era il segnale. Strizzava gli occhi, stanchi di troppa luce e troppe parole, e si abbandonava al mio schienale.
Mentre il giradischi diffondeva le sue note preferite, lui restava lì su di me, immobile. Chiudeva le palpebre non per dormire, ma per rimettere a posto ogni tassello della sua anima. I suoi pensieri dovevano accordarsi; la sua mente assumeva le forme di un direttore d'orchestra per dare alle sue idee quella coesione ritmica necessaria.
In quelle occasioni, rimetteva ordine nel mondo che aveva dentro e che lo attendeva fuori da quelle carte.
Il peso di Nino cambiò rapidamente con l'avvento del Maxiprocesso. In principio era entusiasta, quasi elettrizzato. Poi, col passare dei mesi, qualcosa cambiò; lo avvertivo più nervoso, si muoveva in modo insolito e non faceva altro che farmi vagare da una parte all'altra dello studio. Si lasciava cadere su di me, come se volesse liberarsi di qualcosa di pesante. Sapeva che io l'avrei avvolto, con me sarebbe stato al sicuro. Io gli rispondevo con quel suono dello schienale che comunicava familiarità e sicurezza.
Con lui ho fumato mille sigarette, ho studiato carte, ho annotato sentenze, imparando tutti i termini tecnici e giuridici. Ho sentito le voci dei clienti ed ho ascoltato le più disparate telefonate.
La sera del 6 maggio 1986, Nino era seduto su di me, leggermente inclinato. Con la mano destra teneva la cornetta, con la sinistra componeva un numero 712…
Lo studio era immerso nella luce calda del tramonto messinese.
Sentii lo scatto della porta. Non fu un rumore violento. Nino non si scompose; quando improvvisamente uno di quelli che credeva essere un cliente in cerca di salvezza in una frazione di secondo fece oscillare la mia base di metallo. Il silenzio della stanza vuota fu rotto da un suono sordo. Non erano i suoni consueti della sua città. Erano colpi che chiudevano un'epoca.
Mi fermai per sempre e lui con me. Rimasi immobile a sorreggere per l'ultima volta il peso del mio amico, senza saperlo ancora.
Da quel momento fu il caos. Edoarda, notando la porta del suo studio socchiusa, lo chiamò. Non udendo risposta, entrò.
Mille voci, uomini in divisa che non avevano il suo tocco gentile. Qualcuno mi urtò, mi fece ruotare su me stessa. Girai a vuoto, avvertendo quell'inquietudine palesarsi. L'aria attorno a me si riempì di un'atroce consapevolezza: il mio amico non si sarebbe seduto mai più.
Io rimasi lì, a sorreggere il corpo di Nino che scivolava lentamente di lato. Sentivo il calore andarsene dai suoi muscoli, sostituiti da una freddezza che mi raggelava. La cornetta del telefono continuava a dondolare come un pendolo impazzito, segnando il tempo di una giustizia che a Messina, quel giorno, aveva perso.
Oggi sono qui, ferma. La pelle è un po' più screpolata, l'odore del suo tabacco è svanito da tempo. Ma porto ancora la forma del suo corpo impressa nella mia imbottitura.
Ero stata la sedia di un giurista.
In un istante, senza che potessi spostarmi o gridare, diventai testimone di un'ingiustizia.
Prof.ssa Roberta Busacca
Caro avvocato D'Uva,
lei non sa chi siamo. Siamo ragazzi di prima media e viviamo in questa splendida città di Messina, di cui lei amava così tanto lo Stretto, il vento e il rumore del mare.
I nostri insegnanti ci educano al rispetto della legalità e ci hanno detto che lei per difenderla è stato ucciso in un tardo pomeriggio di maggio. La sua unica colpa era quella di difendere 13 persone in un importante processo, svolgendo un lavoro onesto ritenuto dai mafiosi un pericolo da eliminare.
Noi non riusciamo a capire come questo sia potuto accadere, ma lei ci ha lasciato in eredità un'importante domanda: come avremmo agito noi al suo posto? Avremmo avuto lo stesso coraggio di scegliere di stare dalla parte giusta?
Non lo sappiamo, l'unica certezza che abbiamo è che la nostra scuola lo ricorda a perenne memoria del suo encomiabile sacrificio che ci esorta ad imparare che la legalità non è una semplice parola ma una scelta che si fa ogni giorno in tutte le situazioni quotidiane in cui prevalgono l'egoismo e l'omertà.
Lei questa coraggiosa scelta l'ha fatta ogni mattina per tutta la vita.
Grazie, avvocato D'Uva.
C'è una strada dentro noi,
che ci guida passo a passo,
senza fretta, senza eroi,
ma scegliendo ogni passo.
È la voce che ti dice:
«non voltarti dall'altra parte»,
anche quando è più difficile
resta forte e fai la tua parte.
Legalità,
è libertà,
è quella forza
che cresce già.
Legalità,
scegliere sai,
la cosa giusta
anche se fa guai.
Non servono grandi parole,
né promesse dette al vento,
ogni gesto ha il suo valore
se è sincero fino in fondo.
È nel dire sempre «no»
a ciò che sembra più facile,
è nel credere però
che il rispetto è indispensabile.
Legalità,
è libertà,
è il nostro impegno
da ora in là.
Legalità,
vivere sai,
con mani pulite
e sogni veri ormai.
Legalità,
resta con noi,
è il nostro canto
più forte che puoi.
C'è un foglio che non dorme
sulla scrivania del tempo
parla chiaro, dice piano
che la legge è un fondamento.
Nella Carta c'è una porta
che si apre per chi è fermo
e l'avvocato sta lì accanto
con la voce del diritto.
Non sei solo nel silenzio
quando il nodo si fa stretto
c'è una mano sulla soglia
c'è un nome dentro il rispetto.
Articolo ventiquattro
la difesa è sacra qui
Articolo ventiquattro
l'avvocato parla sì.
Per ogni volto, per ogni storia
per chi cerca verità —
Articolo ventiquattro
nessuno resta fuori mai.
Tra le righe della Costituzione
c'è una giacca consumata
c'è chi ascolta senza fretta
la parola più pesata.
Non è un muro, non è un sigillo
è una voce che accompagna
porta in aula la promessa
che la dignità si guadagna.
Se il timore chiude il petto
la giustizia apre la via
e la forza più concreta
è sapere: c'è difesa, c'è legalità.
Articolo ventiquattro
la difesa è sacra qui
Articolo ventiquattro
l'avvocato parla sì.
Per ogni volto, per ogni storia
per chi cerca verità —
Articolo ventiquattro
nessuno resta fuori mai.
E quando cala il rumore
e la paura fa il suo giro
resta una firma, resta un metodo
resta il patto del respiro.
Che la legge non sia fredda
che nessuno venga spento
l'avvocato è quella soglia
tra il potere e il sentimento.
Articolo ventiquattro
la difesa è sacra qui
Articolo ventiquattro
l'avvocato parla sì.
Per ogni volto, per ogni storia
per chi cerca verità —
Articolo ventiquattro
nessuno resta fuori mai.
C'è una strada che non vedi,
ma che senti sotto i piedi,
quando scegli di essere onesto,
e per te non è un pretesto.
C'è una voce che non urla,
parla piano dentro noi:
«Fai la cosa giusta, sempre,
anche se sei solo tra la gente.»
Noi scegliamo la strada giusta,
noi diciamo la verità,
noi teniamo gli occhi aperti,
questa è la legalità.
C'è chi ha detto «no» al buio,
chi ha acceso una luce forte,
anche quando aveva paura,
quando la notte si faceva più scura.
Il suo nome è una promessa,
un ricordo che cammina,
è il coraggio che ci guida,
come una mano vicina.
Noi scegliamo la strada giusta,
noi diciamo la verità,
noi costruiamo un mondo nuovo,
fatto di sincerità.
Non servono grandi gesti,
per cambiare il nostro mondo:
basta un passo fatto insieme,
basta dire «questo è sbagliato».
Basta aiutare chi è da solo,
basta non voltarsi mai.
Noi scegliamo la strada giusta,
noi non ci fermiamo mai,
perché il bene è come un seme:
crescerà se lo curerai.
Non era un giudice. Non era un magistrato antimafia. Era un avvocato — uno che per mestiere difendeva anche i colpevoli, perché in uno Stato di diritto anche i colpevoli hanno diritto a una difesa giusta. Eppure fu ucciso proprio per questo: perché non si piegò, non recitò una parte, non fece finta di meno di quello che era.
Nino D'Uva non era un eroe da fumetto. Era un uomo che ogni giorno sceglieva di fare il proprio lavoro con onestà. Questo, per la mafia, era intollerabile.
Dimenticare le vittime di mafia significa lasciare che la mafia vinca. Ogni volta che diciamo il suo nome, sottraiamo terreno all'oblio e alla paura.
Amava la musica, l'arte, la pittura, il teatro. La cultura non è ornamento: è il modo in cui gli esseri umani si oppongono alla violenza e alla barbarie.
La storia di D'Uva smonta un mito. La mafia c'era, uccideva, intimidiva. Riconoscerlo è il primo passo per costruire una città più consapevole.
«Non serve a nulla ricordare se poi non siamo disposti a cambiare, se la memoria non diventa responsabilità.»
— Don Luigi Ciotti